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Non sei un oggetto rotto da aggiustare: il mio approccio Cognitivo Costruttivista Relazionale
Quando si decide di iniziare un percorso psicologico, una delle prime domande che possono emergere è:
“Come lavora lo psicologo?” “Che approccio devo scegliere?”
Esistono molti approcci diversi e, spesso, orientarsi non è semplice. Per questo motivo desidero raccontarti il modo in cui penso e vivo il lavoro terapeutico, così che tu possa capire se può essere vicino al tuo modo di sentire.
Sono Alessandra Ricchiuti, psicologa clinica e dello sport a Bergamo, e il mio orientamento è Cognitivo Costruttivista Relazionale. Un approccio che, prima di tutto, considera la persona non come un insieme di sintomi da eliminare, ma come un individuo con una storia, un’identità e un modo unico di stare nel mondo.
Cosa significa “Costruttivista Relazionale”?
Secondo l’approccio costruttivista relazionale, ciascuno di noi costruisce il proprio modo di vedere sé stesso, gli altri e il mondo attraverso le esperienze vissute.
Non esiste una realtà uguale per tutti. Esiste il significato personale che attribuiamo a ciò che viviamo.
Per questo, in terapia, non ci si concentra soltanto sul “cosa succede”, ma soprattutto sul:
- Come mai succede
- Che significato ha per quella persona
- Quale funzione svolge nella sua esperienza di vita
Anche il sintomo, in quest’ottica, non è qualcosa di “sbagliato” da eliminare velocemente. Ansia, attacchi di panico, fame nervosa, impulsività o difficoltà relazionali vengono considerati modi attraverso cui la persona ha cercato, nel tempo, di adattarsi e mantenere un equilibrio.
Il sintomo non arriva mai per caso
Molto spesso chi arriva in terapia porta con sé una domanda implicita:
“Perché mi succede tutto questo?”
L’obiettivo del percorso non è semplicemente spegnere il sintomo, ma comprendere come mai proprio quel sintomo si sia costruito. Non serve tagliare una foglia se la pianta continua a stare male. Per comprendere davvero il problema bisogna osservare le radici, il terreno e ciò che ha portato quella sofferenza a svilupparsi.
Perché il corpo inizia a parlare attraverso l’ansia? Perché alcune emozioni diventano così difficili da gestire? Perché si continua a ricadere negli stessi schemi relazionali? Perché ci si sente bloccati anche quando si desidera cambiare?
Nel lavoro terapeutico esploriamo insieme il modo in cui emozioni, relazioni, pensieri e corpo si intrecciano nella storia personale.
Ansia, disregolazione emotiva e difficoltà relazionali
Nel mio lavoro mi occupo principalmente di:
- ansia e attacchi di panico
- disregolazione emotiva
- fame nervosa e binge eating
- impulsività e agiti impulsivi
- dipendenze
- blocchi personali e insoddisfazione
- difficoltà relazionali
- mental training e psicologia dello sport
Spesso dietro queste tematiche non c’è una “debolezza”, ma una fatica nel comprendere, regolare e dare significato ai propri stati interni.
Per questo il percorso terapeutico non si basa su consigli standard o frasi motivazionali. Ogni persona ha un funzionamento unico e ogni percorso viene costruito su misura.
La relazione terapeutica come spazio di esperienza
Credo profondamente che la relazione terapeutica sia parte centrale del cambiamento.
La terapia non è un luogo in cui qualcuno ti dice cosa fare. È uno spazio in cui poter iniziare a guardarsi in modo diverso.
Uno spazio in cui:
- sentirsi accolti senza giudizio
- comprendere il proprio funzionamento
- riconoscere i propri bisogni
- imparare a stare nelle emozioni
- costruire maggiore consapevolezza
Nel tempo questo permette di sviluppare strumenti interni più flessibili e sostenibili.
Non strumenti costruiti “contro” il sintomo. Ma strumenti costruiti sulla persona, sulla sua identità e sul suo modo di stare nel mondo.
Psicologia dello sport e mental training
In un’ottica costruttivista relazionale, la performance non viene separata dalla persona. Ansia da prestazione, blocchi sportivi, infortuni o difficoltà di concentrazione non riguardano solo il “fare”, ma spesso il modo in cui l’atleta vive sé stesso.
Nel percorso lavoriamo insieme su:
- gestione dell’ansia
- regolazione emotiva
- concentrazione
- gestione della pressione
- identità sportiva
- rapporto con errore e giudizio
L’obiettivo non è soltanto performare meglio, ma sviluppare un modo più stabile e autentico di stare nello sport.
Un percorso per comprendersi, non per diventare perfetti
Credo che la terapia non serva a trasformarsi in una versione “perfetta” di sé.
Serve piuttosto a sviluppare maggiore libertà nel modo in cui ci si porta nella propria vita.
A comprendere perché oggi alcune cose fanno soffrire. A riconoscere gli schemi che si ripetono. A costruire strumenti che possano accompagnare la persona nel tempo, adattandosi all’evoluzione della vita.
L’obiettivo non è diventare qualcun altro, ma trovare un modo più libero e coerente di essere sé stessi.